Oggi sfogliavo UPPA e mi sono ritrovata per le mani un interessantissimo articolo sul pianto del bambino. Mi sono tornate in mente alcune letture fatte in gravidanza, come l'immancabile Gonzales, e mi sono soffermata sulla mia esperienza di mamma alle prese con le urla e le lacrime di mia figlia. Quanto può smuovere il tuo bambino che piange è una consapevolezza che ogni madre acquisisce nelle prime ore dopo il parto e che si consoliderà sempre più nei mesi a venire: se la disperazioni dell'altrui prole lascia indifferenti o infastidisce, quella della propria progenie sconvolge gli animi più solidi. C'è una sorta di scala Richtel del pianto e quando il livello si alza, l'angoscia cresce e prende il sopravvento. Un solo scopo diventa allora ragione di vita per ogni mamma, far cessare immediatamente quello strazio. Dilaniata dalle urla inconsolabili, mi sono ritrovata più volte a saltare nei seggiolini posteriori dell'auto per tentare di calmare Elettra, ho cercato forsennatamente un ciuccio mai amato in fondo alla borsa, ho aumentato il passo spingendo un passeggino fino a correre, ho stretto al cuore quell'esserino caldo e bisognoso di qualcosa che in quel preciso momento mi sfuggiva. Non c'è niente da fare, il richiamo del proprio cucciolo fa uscire con prepotenza l'istinto di salvaguardia della specie che è scritto nei geni di tutti noi fin dall'alba dei tempi. Nell'articolo sopra citato, così come in Gonzales, si fa riferimento al primordiale tentativo di mantenere in vita i propri figli che devono senza dubbio aver sperimentato i nostri più antichi antenati: immaginate un gruppo di ominidi stretti nel buio di una caverna, fuori il nero della notte vinto solo dalla poca luce degli astri celesti e abitato da creature di cui era naturale avere paura. Il pianto voleva dire sopravvivenza, significava ricordare alla madre la propria presenza, che se ci fosse stato un qualsiasi tipo di avvisaglia di pericolo, il piccolo l'avrebbe comunicato senza risparmiare la voce e, grazie alla preoccupazione della madre, sarebbe stato tratto in salvo. Ovviamente i nostri pargoli non nascono in un ambiente tanto ostile, ma il neonato è esattamente quello di 10 milioni di anni fa, nessuno lo ha reso partecipe dell'evoluzione, non ha idea che non verrà abbandonato nella foresta. E così piange.
E' un bisogno ancestrale, è un indole innata, ma il richiamo del neonato ha sempre una ragione di esistere e va accolto in ogni momento. Potrebbe essere dovuto alla fame, alla sete, al senso di abbandono che naturalmente coglie ogni nuovo nato (e sfido io, dopo 9 mesi di simbiosi totale con la madre, trovarsi all'improvviso il vuoto intorno deve essere un trauma bello grosso!) o potrebbe anche solo voler richiamare l'attenzione di chi lo circonda; il perché è secondario, il pianto va sempre accolto e calmato. Come comunichiamo con il neonato getterà le basi per l'adulto di domani, quindi cercate di rivolgervi a lui con voce calda e accogliente, di avere nei suoi riguardi un tocco lieve e rassicurante, di cullarlo e stringerlo a voi con dolcezza. Se volete che vostro figlio impari ad amare, amatelo per primi, perché i bambini fanno esperienza di ciò che gli permettete di conoscere voi.
Non c'è una regola fissa per calmare un pianto inconsolabile, ma tenete bene a mente che raramente è espressione di dolore o malattia, più spesso si tratta di bisogni altri e sono sicura che se cercherete di ascoltare lui e voi stessi, riuscirete in fretta a capire di cosa necessita il vostro cucciolo.
E le coliche? Trascrivo direttamente dall'articolo che ho letto: "La famosa "colica gassosa", ossia la presenza di gas intestinali che provocherebbe il pianto, è più una presunzione che una certezza. E' più probabile che i gas intestinali siano la conseguenza del pianto che non la causa: infatti, sia i farmaci che riducono i gasi intestinali sia interventi di manipolazione chiropratica si sono dimostrati inutili, anche se non dannosi, per la cura di questo disturbo" -dottor Costantino Panza- Devo ammettere che Elettra non ha mai avuto questo tipo di crisi, il suo pianto lo collegavo più alla stanchezza della giornata o a disagio generico piuttosto che alle coliche, quindi non imputate a questa non-malattia le ore spese a cullare vostro figlio lungo i corridoi di casa ma tentate di ascoltare il suo disagio con le orecchie dell'istinto.
Nel sopracitato articolo si fa riferimento anche a un altro motivo di pianto del neonato: lo stato psicologico della madre. L'esogestazione dura esattamente 9 mesi, quindi cercate di mettervi in testa che il vostro bambino non sa di essere fuori dal vostro corpo, non si rende conto che siete una cosa altra rispetto a lui; da qui lo strettissimo legame tra il vostro ed il suo stato d'animo. Siete nervose, stressate, arrabbiate? E' normalissimo, sono tutti sentimenti che ogni mamma prova, soprattutto sull'onda degli ormoni del post-parto, ma sappiate che tutto questo influisce negativamente sul vostro piccolo. Perché molto spesso appena uscite il bambino si calma? Perché non è solo l'ambiente a cambiare, ma soprattutto è la vostra energia e la vostra predisposizione nei suoi confronti. Se sentite di essere arrivate al limite, non vergognatevi di chiedere aiuto: a volte basta che sia un'altra persona della cerchia familiare a prendere in braccio il bimbo perché questi smetta di urlare all'istante. Non sentevi meno madri per questo, ricordate semplicemente il binomio io-te, che durerà molto più dei canonici 9 mesi della gravidanza.
Quando iniziate a perdere il lume della ragione, è arrivato il momento di uscire un secondo dalla stanza, ricomporvi e tornare da vostro figlio con il sorriso. So che non è affatto facile, ma la rabbia e il nervosismo non fanno che aumentare il suo livello di disperazione: una spirale infinita che potrebbe solo portare brutti momenti e ricordi spiacevoli. Ricordate che quell'esserino dipende da voi e per lui siete e sarete responsabili tutta la vita. Siete voi ad averlo voluto e lo amate più della vostra vita stessa.

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